SINTESI STORICA RELATIVA ALLA CAMPAGNA DI TUNISIA

 

 Testo preparato a cura del Ten. Col. CC t.ISSMI Davide ANGRISANI, Addetto per la Difesa Aggiunto presso l’Ambasciata d’Italia a Tunisi, basato su più fonti storiche riprese (spesso testualmente) e riorganizzate per essere presentate in modo unitario e coordinato.

 

Il testo é stato letto in occasione della cerimonia del 63° annuale della battaglia di Takrouna, svoltasi il 23 aprile 2006, in Tunisia, sul luogo che fu teatro del fatto d’arme.

 

 

La guerra d'Africa non fu solo l'epopea di El Alamein.

 

Nei successivi sei mesi, dal novembre 1942 al maggio 1943, prima di soccombere, i soldati italiani e tedeschi sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, operando contro l'8^ armata britannica proveniente dall’Egitto e contro le forze anglo americane sbarcate in Marocco ed in Algeria.

 Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche in Tunisia, sfruttando la vicinanza all’Italia, potevano contare su circa 100.000 uomini.

 La responsabilità di rallentare sul fronte sud l’avanzata dell’8^ Armata Britannica fu affidata alla 1^ armata italo tedesca comandata dal Generale italiano Giovanni Messe.

 Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche, reduci da El Alamein, completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino.

 Il 16 marzo 1943, gli inglesi diedero inizio alla loro prima battaglia di Tunisia attaccando la linea di Mareth. Tutti gli sforzi furono bloccati e solo la pressione da ovest del II Corpo d’Armata americano, che avanzava dall’Algeria minacciando di tagliare fuori l’armata, impose la ritirata.

 Il difficile sfilamento riuscì e la 1’Armata italo tedesca si attestò sull’Uadi Akarit, a nord di Gabes.

 La notte del 6 aprile 1943, verso le ore 23.00, iniziò la battaglia dell’Uadi Akarit.

 La posizione fu tenuta per tutta la giornata del 7 aprile. La sera di quel giorno, sfruttando il tempo d’arresto imposto all’avversario, fu avviato un ulteriore ripiegamento per raccorciare le linee difensive.

 In quella circostanza, tra i tanti eroi di quei giorni drammatici, rifulse la figura del Ten. paracadutista Giampaolo (oggi, tra noi, è presente il figlio) che guadagnò la Medaglia d'Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:

 "Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l'appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione.

Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all'arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati".

 

 Questo ripiegamento terminava sulla linea di Enfidaville, circa 250 chilometri più a nord. La rocca di Takrouna, ai piedi della quale oggi ci troviamo, diventava uno dei principali caposaldi della linea difensiva.

 I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile 1943, con il solito durissimo bombardamento delle artiglierie.

 Su Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore. Il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria che teneva la posizione ai piedi del colle nei pressi di Djebel Bir.

 All'alba del 20 aprile iniziò l'attacco delle fanterie nemiche, sostenute da mezzi corazzati. Sul caposaldo di Djebel Bir, i tedeschi pur opponendo una forte resistenza vennero sopraffatti, lasciando aperta la strada per Takrouna.

 Gli assalti nemici vennero fermati dai fanti della Trieste che, che dopo aver subito gravissime perdite, cominciarono a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna venne bloccata all'ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.

 Per mantenere la posizione dovettero intervenire le riserve: un battaglione di parà della Folgore, su 2 compagnie, agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna.

 Le due compagnie paracadutisti, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l'Inno dei Paracadutisti.

 I paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: uno doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l'altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo).

Verso sera, sui 170 partiti, le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti, ma la base del costone di Takrouna era stata riconquistata.

 Il capitano Lombardini, comandante del battaglione paracadutisti, ufficiale proveniente dalle truppe alpine, ordinò una scalata verso la cima della rocca dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico.

 La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l'ordine di compiere un'azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche, mentre i compagni ( tutti paracadutisti provenienti da unità alpine) iniziavano la scalata in silenzio.

 Dall'alto, all'improvviso, su sentì gridare: "Folgore! Folgore!" e si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano.

Contemporaneamente, un plotone della compagnia di Giampaolo, comandato dal sottotenente Andreolli (un’altra splendida figura di quei terribili giorni – oggi é con noi la figlia, signora Lucilla), salendo per la stradina, aveva raggiunto la moschea, catturando molti nemici.

 Nel suo solitario attacco, egli stesso era rimasto ferito e si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti Nei furiosi combattimenti senza quartiere che seguirono, quando finirono le munizioni, molti di loro - benché feriti - non furono presi prigionieri, ma vennero uccisi a colpi di baionetta dai Neozelandesi. Il solo Andreolli, ferito in più parti del corpo, fu risparmiato dall’intervento di un sottufficiale nemico che pose termine all’eccidio.

 Per il coraggio dimostrato, al sottotenente Andreolli venne conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

 "Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio.

Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all'arma bianca.

Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, veniva catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi"

 

 Grazie a mille episodi di valore individuale, molti dei quali rimarranno per sempre sconosciuti, alle 20.00, grazie ai rinforzi, si poté segnalare al comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava di nuovo il Tricolore.

 Da radio Londra, gli inglesi giustificarono il loro insuccesso affermando: "Su Takrouna l'Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati".

 Malgrado l’eroismo profuso, nel corso degli ulteriori attacchi rinnovati il giorno successivo, la situazione ritornò ben presto gravissima. Un ulteriore tentativo di soccorso, a cura della 103^ compagnia arditi, fu bloccato dal potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, venne raccolto l’ultimo messaggio proveniente da Takrouna: "La stazione radio è assalita da elementi nemici". Poi fu il silenzio.

 Nella serata del 21 aprile, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta.

 La linea di resistenza principale arretrò sino alla base della penisola di Capo Bon. Da questa posizione, il 9 maggio, iniziò l’ultima battaglia di Tunisia. La 1^ armata italo tedesca fu l’ultima a cedere le armi, il 14 maggio successivo solo dopo che era caduto il fronte nord occidentale che difendeva Biserta e Tunisi e, di fatto, veniva tagliata ogni possibilità di collegamento con l’Italia.

 L’ultimo radiomessaggio inviato dall’Italia promuoveva il Generale Messe al grado di Maresciallo d’Italia e così si concludeva: "Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare un’onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnoviamo l’ammirato vivissimo elogio dell’Italia tutta!"

 

 

 

 

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